I giochi psicologici

I giochi psicologici

  • articolo a cura della Dott.ssa Chiara Maria Ostini

A tutti noi capita di trovarci in alcune situazioni, con altre persone, spesso persone a cui siamo legati affettivamente, in cui, a un certo punto, succede qualcosa a livello della relazione o della comunicazione, per cui inspiegabilmente qualcosa si rompe e sia noi che la persona con cui stavamo parlando sperimentiamo un senso di disagio ed emozioni negative.

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La cosa più sorprendente è che ognuno di noi ha come degli scenari preferiti, che tende a mettere in scena continuamente e a provare sempre le stesse emozioni, per poi magari chiedersi: “com’è possibile che ci sono ricascato?”. Fermatevi a pensare e trovate il vostro.
C’è chi chiede aiuto in continuazione e rifiuta sistematicamente ogni consiglio, portandosi a casa frustrazione e convinzione che nessuno può aiutarlo.
C’è il marito (o la moglie) che continuano per tutta la vita a fare quella cosa che il coniuge proprio non sopporta, per sentirsi sistematicamente inadeguato e incapace di far felice l’altro.
Oppure ancora c’è chi sostiene di volere fortemente qualcosa ma di non poterla ottenere per colpa di qualcun’altro, o chi si trova sistematicamente al centro di una lite furibonda con il proprio partner o il proprio figlio senza minimamente ricordare che cosa l’aveva innescata.
Vi ritrovate in qualcuno di queste situazioni? Vi rendete conto che vi capitano spesso e in modo quasi automatico?

Questi scenari, in psicologia, si chiamano giochi psicologici, e hanno come loro caratteristica l’essere ripetitivi e concludersi con uno stato di malessere e disagio da parte di tutti gli attori coinvolti. Quelli riportati sopra sono solo alcuni esempi, ma ce ne sono molti altri e ognuno ha quelli preferiti, cioè quelli che vive più spesso.
Ma vediamo di capire qualcosa di più.

Il termine gioco psicologico è stato introdotto da Eric Berne, il fondatore dell’analisi transazionale, per indicare un particolare tipo di interazione tra due o più persone che termina con emozioni negative per tutte le persone coinvolte e che le persone, nonostante le conseguenze negative, continuano a mettere in atto.
Ogni persona ha dei giochi preferiti che tende a mettere in atto con persone diverse ma il tornaconto che ottiene, cioè l’emozione finale, è sempre lo stesso.
La persona si sente confusa, sorpresa e accusa l’altro; inoltre, spesso ci si chiede come mai si finisce sempre nelle stesse situazioni e si provano sempre le stesse emozioni anche con persone diverse.

Provare sorpresa e confusione è una caratteristica fondamentale dei giochi, perchè, di solito, non siamo consapevoli di giocarli ma è un processo automatico.

Ma perchè si gioca, se le conseguenze sono sempre negative?

Perchè ogni gioco comporta anche dei vantaggi inconsapevoli; ad esempio, evitare una situazione temuta (ad esempio, dare la colpa a un altro di non poter fare qualcosa a cui si tiene può mascherare la paura di non farcela), oppure confermare convinzioni che abbiamo di noi stessi (il marito o la moglie pasticciona di cui sopra potrebbe rinforzare a ogni gioco la convinzione di non essere degna di essere amata).

Berne dice che i giochi sono un modo per evitare l’intimità, cioè quella forma di interazione in cui vi è uno scambio di emozioni e desideri reali e in cui ognuno si prende la responsabilità di quanto accade nella relazione. Poichè entrare in intimità può richiedere di entrare in contatto con emozioni di cui si ha paura o di prendersi delle responsabilità, spesso, a un livello inconscio, si preferisce giocare e provare disagio.

Tutti noi giochiamo e sperimentiamo questo senso di disagio in svariati contesti della nostra vita; basterebbe pensarci qualche minuto perchè a ciascuno vengano svariati esempi. Ovviamente, sarebbe auspicabile smettere di giocare e imparare a entrare in relazione con gli altri in modo più genuino. È sicuramente un obiettivo non facile ma possibile. Il primo passo per smettere di giocare è essere consapevoli che si sta giocando! Proprio perchè è un processo automatico, prima di tutto dobbiamo accorgerci di quello che stiamo facendo per poterlo modificare.

In secondo luogo, bisogna trovare alternative. Nei giochi c’è sempre un giocatore che comincia (il gancio) e un altro che si aggancia (l’anello); nel primo caso, si può imparare a riconoscere quando si sta per iniziare un gioco e decidere di fare altro, nel secondo si può riconoscere il gancio e decidere di non agganciarsi, reagendo in modo diverso dal solito. In entrambi i casi, se ci si rende conto di quello che sta succedendo dopo che il gioco è già iniziato si può decidere di interromperlo.
Pensiamo alle litigate furibonde tra partner che nascono spesso da una sciocchezza: se uno dei due si accorge che è un gioco può decidere di smettere e, magari, fare una battuta che alleggerisca la tensione.

Non è facile liberarsi dei giochi ma, se ci si riesce, si avrà la possibilità di avere relazioni soddisfacenti con chi ci sta intorno, soprattutto con le persone importanti della nostra vita.
Inoltre, come ricorda Berne, non è necessario liberarsi del tutto dei giochi. Si può giocare in modo consapevole e innocuo per divertimento!

Bibliografia:
E.Berne, A che gioco giochiamo, Tascabili Bompiani. 1964

Dott.ssa Chiara Maria Ostini
Psicologa e psicoterapeuta - Sesto San Giovanni

 

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Ultima modifica: 03/04/2018

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